054. Senza etichetta
(Di ruoli sospesi, definizioni strette e fili che restano)
Ho tolto tutto quello che pensavo di essere. E ho scoperto cosa restava.
Nelle ultime newsletter abbiamo parlato delle vite non vissute: di quei progetti che iniziamo con entusiasmo e poi lasciamo lì, delle versioni di noi che avremmo potuto diventare e che invece sono rimaste solo possibilità, come stanze che abbiamo sbirciato dalla soglia senza entrarci mai davvero. Mentre scrivevo e facevo l’inventario delle mie strade non prese, però, mi è venuta in mente una domanda: ma io chi sono, al di là di tutto questo?
Perché quando fai tante cose diverse, quando cambi direzione più volte, quando ti capita di vivere più vite in una sola, a un certo punto ti chiedi se esista un filo che tenga insieme tutto, qualcosa di stabile che resti uguale anche quando il resto si sposta, oppure se sei solo la somma delle esperienze che hai attraversato, una collezione di ruoli che hai indossato, tolto, rimesso in un cassetto e poi sostituito con altri.
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È una domanda che mette un po’ a disagio, perché noi siamo abituati a raccontarci attraverso ciò che facciamo, non attraverso ciò che siamo. È il modo più semplice e più rapido di presentarci, di dare agli altri una forma riconoscibile di noi.
La prima cosa che diciamo, quasi sempre, è proprio quella: “Sono un’insegnante”, “Sono un avvocato”, “Sono una scrittrice”, come se il lavoro, il ruolo, fosse la risposta definitiva alla domanda “chi sei?”. E in fondo funziona, almeno all’inizio. È più facile dire “sono un’insegnante”, “sono un avvocato”, “sono una scrittrice” che spiegare chi sei davvero, cosa ti muove, cosa ti tiene sveglio la notte, cosa ti fa sentire vivo.
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Ma poi succede una cosa: quando cambia quello che fai, ti sembra di perdere un pezzo di te, e non perché lo perdi davvero, ma perché ti eri convinto di essere proprio quel pezzo.
A me è successo quando ho lasciato la scuola per fare la ghostwriter a tempo pieno e per un po’ non sapevo più nemmeno come presentarmi. Non ero più preside, non ero ancora scrittrice. Ero in una zona di mezzo, indefinita, che non aveva un nome preciso. E mi sentivo un po’ persa, come se avessi lasciato andare una parte di me senza averne ancora una nuova da mettere al suo posto. Come se la mia identità dipendesse da quel ruolo, e senza quel ruolo non restasse più niente di riconoscibile.
Per mesi quando qualcuno mi chiedeva “ma tu adesso cosa fai?” io rimanevo in silenzio, cercando parole che non venivano. Potevo dire “scrivo”, ma mi sembrava presuntuoso. Potevo dire “aiuto altri a scrivere i loro libri”, ma suonava complicato, poco chiaro. Alla fine dicevo qualcosa di vago, come “consulente editoriale” ma vedevo negli occhi degli altri quella perplessità gentile, quel tentativo di capire cosa facessi davvero, di mettermi in una categoria riconoscibile.
Perché siamo abituati a definirci attraverso quello che facciamo, e quando quello che facciamo non ha un’etichetta immediata, è come se anche noi non avessimo una forma precisa.
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Poi, però, con un po’ di distanza, mi sono accorta che il punto non era che avevo perso un pezzo di me: il punto era che avevo sempre pensato di essere quel pezzo. Avevo confuso quello che facevo con quello che ero, e nel momento in cui quello che facevo cambiava, la mia identità (o almeno il modo in cui la definivo) si sfilacciava.
Se tolgo il ruolo, se tolgo l’etichetta, se tolgo la definizione comoda, io chi sono?
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E così, alla fine, ho capito che sotto tutti i ruoli che avevo ricoperto, sotto tutti i progetti che avevo provato, sotto tutte le versioni di me che si erano alternate negli anni, c’era qualcosa che non si era mai spostato davvero. Qualcosa che restava, anche quando tutto il resto cambiava forma.
Non parlo di talenti o di competenze, perché quelli crescono, si trasformano, a volte si perdono e a volte si affinano con il tempo. Parlo di una spinta più profonda, di un modo di stare nel mondo che non dipende dal contesto in cui ti trovi, ma che ti accompagna ovunque tu vada, anche quando non te ne rendi conto.
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In tutte le cose che ho fatto, anche le più diverse tra loro, c’era sempre la stessa spinta. Quando studiavo musicologia, quando insegnavo letteratura ai ragazzi, quando facevo ghostwriting e aiutavo gli altri a trovare le parole per raccontare le loro vite, quando ho cominciato a scrivere i miei romanzi: cambiava il ruolo, cambiava il luogo, cambiava perfino l’idea che avevo di me in quel momento, ma sotto c’era sempre lo stesso bisogno di dare forma alle storie, di cercare le parole giuste per tenere insieme le cose.
Ma dare forma alle storie richiede di attraversare mondi diversi, di vedere le cose da angolazioni che cambiano, di non lasciare che un solo punto di vista diventi l’unico possibile. E questo ha sempre significato, per me, dovermi muovere. Non restare troppo a lungo nello stesso posto, cambiare prima di sentirmi intrappolata, spostarmi quando sento che qualcosa si è fermato.
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Lo so che è scomodo da ammettere, perché sembra instabilità, incapacità di radicarsi, paura dell’impegno. Ma per me il cambiamento è sempre stato una forma di respiro, il modo che ho per non trasformare ciò che amo in abitudine vuota, per restare viva dentro le cose che faccio.
Se resto ferma troppo a lungo, se mi radico troppo in un solo ruolo, in un solo modo di stare nel mondo, il mio sguardo si appanna. Comincio a vedere solo quello che già conosco, a ripetere gli stessi schemi, a dare per scontate cose che non lo sono più. E le storie che posso raccontare diventano più povere, più strette, meno capaci di cogliere la complessità del reale.
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Ogni volta che ho cambiato strada, ho portato con me qualcosa di quel mondo: i ragazzi che incontravo a scuola, le vite degli altri che aiutavo a mettere in parole, le competenze che acquisivo, le persone che conoscevo. E tutto questo è diventato materiale, sostanza, profondità per quello che scrivo adesso. Il bisogno di libertà non è fuga: è il modo che ho per riempirmi di mondo, per avere storie da raccontare.
Quando l’ho visto con chiarezza, quando ho messo in fila tutte queste cose e ho capito che c’era un filo che le teneva insieme, ho capito anche un’altra cosa: io non sono la somma dei miei ruoli. Io sono la persona che li ha attraversati a modo suo, che ha lasciato un’impronta riconoscibile in ognuno di essi. Il nucleo non è quello che fai, ma il modo in cui lo fai. È ciò che porti con te, qualunque cosa tu stia facendo.
E c’è un’altra cosa che ho scoperto, quasi per caso: che spesso sono gli altri a vedere questo nucleo prima di noi. A riconoscere quella continuità che noi, dall’interno, facciamo fatica a cogliere.
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Quando ancora insegnavo alle scuole medie, un collega molto simpatico mi ha chiesto a bruciapelo: “Allora, quand’è che cambi lavoro?”
La domanda mi ha spiazzata, perché io, in quel momento, non stavo progettando niente. Ero lì, facevo il mio lavoro, mi sembrava che le cose funzionassero. Ho riso, ho risposto qualcosa di vago, e la conversazione è finita lì. Ma quella frase mi è rimasta addosso molto più di quanto avrei immaginato.
Per mesi mi è tornata in mente a intermittenza, come fanno certe domande quando toccano un punto giusto anche se non lo capisci subito. Mi chiedevo cosa avesse visto lui che io non vedevo, stando semplicemente lì, a guardarmi da fuori. E pian piano ho capito che non stava parlando del lavoro in sé, ma di me. Aveva riconosciuto quel mio modo di stare dentro le cose come se, a un certo punto, diventassero strette, quel bisogno di movimento che mi accompagna da sempre, anche quando io faccio finta di non sentirlo.
Io, dall’interno, vedevo solo la quotidianità, le lezioni da preparare, i compiti da correggere, le giornate che scorrevano tutte più o meno uguali. Lui, da fuori, vedeva la continuità. Vedeva quel filo che mi attraversava e che, anche allora, stava già tirando da un’altra parte.
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E forse questo è il punto: noi percepiamo i cambiamenti come strappi o svolte improvvise, mentre gli altri, che ci guardano con un po’ più di distanza, riconoscono prima di noi ciò che resta uguale. Vedono il movimento prima ancora che diventi una scelta.
E allora la domanda cambia. Non è più “chi sono quando tolgo tutto quello che faccio?”. Ma diventa: cosa resta, quando tutto si trasforma?
Resta il modo in cui guardi le cose. Resta la curiosità verso quello che non conosci ancora, quella voglia di capire, di andare più a fondo, di non fermarsi alla superficie. Resta l’onestà con cui ti racconti, anche quando sarebbe più comodo mentire, anche quando la verità è scomoda o poco conveniente. Resta il coraggio di cambiare quando qualcosa non va più bene, di lasciare andare quello che ti pesa, di ricominciare anche quando sarebbe più facile restare dove sei.
Resta tutto quello che non si vede da fuori, ma che ti accompagna ovunque. Quella cosa che gli altri riconoscono in te anche quando hai cambiato tutto il resto, anche quando sei in una fase di passaggio, anche quando non sai più bene come definirti. Quel modo di essere che è tuo, solo tuo, e che non dipende dal ruolo che ricopri o dal progetto che stai portando avanti, ma da come lo fai, da cosa ci metti dentro, da cosa ti muove.
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E forse è proprio questo il punto. Non dobbiamo avere paura di cambiare, di provare cose diverse, di lasciare andare quello che non ci serve più. Perché il nucleo resta. Ciò che siamo davvero non lo perdiamo mai, anche quando cambia tutto intorno. Anche quando ci sembra di ricominciare da capo, anche quando ci sentiamo persi in una terra di mezzo senza nome.
Anzi, spesso è proprio nei momenti di crisi che il nucleo emerge con più chiarezza.
Quando le cose vanno bene, quando tutto procede come previsto, è facile rintanarci dietro un ruolo, confondere quello che siamo con quello che facciamo. Ma quando qualcosa crolla, quando un progetto fallisce, quando ci ritroviamo senza le certezze che avevamo costruito, lì viene fuori quello che resta davvero.
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Come reagiamo quando le cose non vanno come volevamo? Cosa facciamo quando ci troviamo in ginocchio? Dove andiamo a cercare le risorse per rialzarci? In quei momenti non puoi più nasconderti dietro un’etichetta, dietro il successo, dietro la definizione comoda che avevi di te. Sei solo tu, con quello che hai dentro, con il tuo modo di affrontare le cose. E lì capisci chi sei davvero, cosa ti muove, cosa non puoi tradire nemmeno quando tutto il resto si sfalda.
Guardandomi indietro, riconosco questo filo anche nei momenti in cui mi sono sentita più distante. Io ho vissuto tante vite diverse. Ho lasciato tante strade a metà. Ho cambiato ruolo, professione, progetti, sogni. Ma c’è una cosa che non è mai cambiata: il modo in cui attraverso le cose, il modo in cui le guardo, le affronto, le vivo. E quel modo sono io. Il resto è solo ciò che ho fatto lungo la strada.
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📧 E tu? Cosa resta, quando togli tutto il resto? Quando togli il lavoro, i ruoli, le cose che hai fatto, le versioni di te che hai lasciato andare, cosa rimane? Qual è quel nucleo fisso che ti accompagna ovunque, qualunque cosa tu stia facendo?
Non parlo di talenti o di capacità. Parlo di quel modo di essere che è tuo, solo tuo. Di quella cosa che gli altri riconoscono in te anche quando cambi tutto.
Se ti va, raccontamelo. Sai che ti leggo sempre con piacere. 💛
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Edouard Manet, Davanti allo specchio, 1876
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A presto,
Carmen
* Il brano musicale nell’audio è New Dawns, di Dada, da #Uppbeat
License code: ALF0FGYDNFNY7MNG



Sono ormai un paio d'anni che vivo alle Canarie. Quando incontro gli amici italiani mi chiedono sempre che cosa faccio. Potrei rispondere dicendo che ho lavorato quarant'anni e mi godo la pensione, ma, certamente, la domanda successiva sarà "come passi le giornate?" Anche qui potrei rispondere che al mattino vado in bicicletta o in palestra, vado al mare o a fare lunghe camminate tra i vulcani. Il pomeriggio studio, scrivo, leggo. No, ho smesso di rispondere così. Dai canari ho appreso fin da subito che non si domanda cosa fai nella vita. Non c'è nessun interesse nel tuo lavoro. Cosa fai adesso, in questo momento è importante e quindi parliamo, viviamo e ridiamo molto. Adesso anche agli amici italiani rispondo solo che vivo la felicità.
Oh adesso che non ti venga voglia di cambiare, perché faremmo una rivolta. E con questo ho detto tutto. 🍀