La fatica di ricevere
(Di pale coraggiose, debiti immaginari e nuove forme di coraggio)
Accettare una mano tesa è più difficile di quanto sembri.
In tutto il Friuli, in questi giorni, si respira un’aria particolare. Ricorre il 50° anniversario del terremoto del 1976, una data che per me non è solo un capitolo dei libri di storia o un anniversario istituzionale da barrare sul calendario. È, molto più intimamente, la colonna vertebrale di Polvere, il romanzo in cui ho cercato di dare voce a quella tragedia e, soprattutto, a quel popolo che ha saputo rialzarsi quando la terra sembrava avergli tolto ogni punto di appoggio.
Mentre si moltiplicano le cerimonie, i discorsi ufficiali e i ricordi condivisi, mi sono ritrovata a rileggere quasi per caso un passaggio del libro. È stato un attimo: una frase mi è rimasta impigliata nei pensieri e mi ha costretta a fermarmi. Mi ha fatto riflettere su qualcosa che va ben oltre i confini del Friuli e ben oltre i detriti di cinquant’anni fa. Qualcosa che non riguarda solo chi ha spalato macerie, ma che riguarda tutti noi, qui e ora, nelle nostre vite apparentemente intatte. Riguarda quella sottile e faticosa disciplina che è imparare a ricevere aiuto quando la vita, improvvisamente, ci spoglia della nostra invincibilità.
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In quel maggio del 1976, la mattina dopo il terremoto, i friulani hanno fatto una cosa che ha stupito l’Italia intera: hanno preso la pala. Non erano ancora riusciti a piangere i morti, eppure erano già lì, tra le macerie delle loro case, a spalare. Nessun lamento, nessuna attesa rassegnata che qualcuno venisse a sistemarle le cose. Una dignità silenziosa, quasi ostinata, che a molti osservatori esterni apparve quasi incomprensibile. Come si fa a essere così composti di fronte a una catastrofe simile?
I friulani non chiedevano, non si lamentavano. Facevano.
È una cifra culturale profonda, radicata, che ha radici antiche in una terra di confine che ha imparato a contare su sé stessa perché non poteva permettersi il lusso di aspettare. E quella risposta al terremoto - immediata, concreta, quasi feroce nella sua determinazione - ne è diventata il simbolo più potente.
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È questa l’immagine che ho cercato di portare dentro Polvere, insieme a tutto il resto: la fatica, la paura, la perdita, ma anche quella dignità tutta particolare, quell’orgoglio discreto che non si lascia fotografare ma che si sente. E c’è un passaggio del romanzo in cui Franco, uno dei protagonisti, a distanza di tempo, guarda indietro e prova a mettere in parole quello che è successo davvero, non solo il terremoto in sé, ma anche quello che è venuto dopo.
Dice così:
La verità è che siamo stati colti di sorpresa, prima dal terremoto e poi da una generosità che non si era mai vista, e che non sapevamo come ricambiare.
Ci hanno teso una mano e noi abbiamo accettato con pudore, quasi con imbarazzo. Forse solo perché non eravamo più nelle condizioni di rifiutare. E da quel momento non siamo stati più soli.
Sono arrivati gli alpini, sono arrivati i volontari, un fiume in piena di uomini e braccia che ci ha travolto. Una gara stupenda di solidarietà e di altruismo.
Per questo oggi brindiamo: a tutti coloro che ci hanno aiutato, ma anche a noi, che abbiamo imparato a ricevere, a ringraziare, e a ricominciare.
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Rileggo queste parole oggi e mi rendo conto che quel riflesso, quel “pudore”, quell’imbarazzo davanti alla mano tesa, non appartiene solo ai friulani del ‘76 e non riguarda solo le grandi catastrofi. È qualcosa che riconosco in filigrana in tantissime persone, e che spesso vedo riflesso nello specchio.
Da dove nasce questa resistenza? Perché è così naturale rimboccarsi le maniche per gli altri e così maledettamente difficile lasciarsi aiutare quando siamo noi a finire sotto le macerie della nostra vita, piccola o grande che sia?
Lo impariamo presto, quasi sempre senza che nessuno ce lo insegni esplicitamente: non pesare, non chiedere, non mostrare che non ce la fai. L’autonomia come virtù, la dipendenza come debolezza. E più siamo capaci, più questo riflesso si radica, fino al punto in cui accettare un aiuto sembra quasi una confessione di fallimento.
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Poi arriva il momento in cui non puoi più rifiutare. Qualcuno ti tende una mano, e tu, per stanchezza, per necessità, per una crisi che non ti lascia alternative, accetti il suo aiuto. E succede qualcosa che non avevi previsto: il mondo non finisce, la tua dignità resta intatta. Anzi, in quel gesto di lasciarti aiutare, qualcosa tra te e l’altra persona cambia, si stringe, diventa più reale di prima. Quella resa involontaria si trasforma, quasi senza che tu te ne accorga, in qualcosa di inaspettatamente bello.
È esattamente questo il brindisi che Franco alza alla fine. Non solo alla casa ricostruita, ma a quella scoperta precisa: che imparare a ricevere è, a suo modo, un atto di coraggio. Che il cerchio non si chiude con noi stessi e che non dobbiamo essere isole per essere persone di valore.
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A guardarla da vicino, in questa nostra ostinazione a voler fare sempre tutto da soli, convivono due anime molto diverse.
La prima è quella rispettabile, quella che ci rende orgogliosi: il desiderio di non pesare sugli altri, il senso di responsabilità, la consapevolezza che ognuno ha i suoi problemi e che aggiungere i propri non è mai una cosa leggera. E poi il valore dell’indipendenza, quella sana ambizione di bastare a noi stessi che ci fa sentire integri. È l’orgoglio sano di chi ce la vuole mettere tutta prima di arrendersi, di chi non delega ciò che può fare con le proprie forze, di chi sa stare in piedi sulle proprie gambe, anche quando il terreno trema.
La seconda è più scomoda da guardare in faccia. È la paura di sembrare deboli, il terrore di perdere una certa immagine di sé, la difficoltà quasi fisica di ammettere che, semplicemente, da soli non bastiamo. È il non voler essere in debito, perché il debito implica dipendenza, e la dipendenza fa paura. Ed è, in fondo, una forma sottile di presunzione: l’idea che accettare aiuto significhi ammettere di non essere abbastanza, quando invece significa solo essere umani.
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Il problema è che la linea tra queste due anime è sottilissima, e spesso non sappiamo da che parte stiamo. Ci raccontiamo che non vogliamo pesare sugli altri, quando in realtà non vogliamo essere visti nella nostra vulnerabilità. Ci diciamo che siamo autonomi, quando in realtà abbiamo paura di dover ringraziare qualcuno, perché ringraziare vuol dire ammettere che ne avevamo bisogno.
È uno di quei punti ciechi che è difficile vedere da soli, e che di solito si illumina solo quando qualcuno, come è successo ai friulani, ci mette davanti a una situazione in cui non abbiamo scelta.
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Non serve un terremoto per veder scattare questa trappola. Succede nelle pieghe banali delle nostre giornate, in quei momenti piccoli dove il riflesso del “faccio da solo” scatta prima ancora della logica.
Pensa a quella volta in cui stavi male davvero, una stanchezza profonda di cui non capivi l’origine, e hai continuato a dire a tutti che andava bene, che non era niente. Finché non sei crollata, con i valori del sangue tutti sballati, il medico ti ha tirato le orecchie e chi ti voleva bene si è sentito escluso.
Oppure pensa a quel periodo di apnea al lavoro, quando affogavi tra le scadenze e al collega che ti offriva una mano hai risposto con un’alzata di spalle. Magari credevi di essere efficiente, ma intanto lui si allontanava convinto che tu fossi solo scorbutico o geloso delle tue informazioni.
O a quella volta che hai fatto un trasloco da sola, con mille viaggi avanti e indietro, e poi hai scoperto che tre amici si sarebbero presentati nel giro di dieci minuti, se solo avessi chiesto.
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Sono storie di ordinaria autosufficienza. Di persone capaci, organizzate, abituate a risolvere, che a un certo punto pagano un prezzo che non avevano messo in conto. Non solo fisico o pratico, ma relazionale: perché tenere tutti a distanza, anche con le migliori intenzioni, manda un messaggio preciso a chi ci vuole bene. Gli dice che non c’è spazio per gli altri, che non abbiamo bisogno, che siamo un sistema chiuso.
E c’è qualcosa di paradossale in tutto questo: proprio le persone più generose, quelle che per gli altri ci sono sempre, pronte ad aiutare, ad ascoltare, a rimboccarsi le maniche, sono spesso le stesse che fanno più fatica a ricevere. Come se dare fosse un istinto naturale e ricevere fosse un debito da evitare.
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Dobbiamo allora avere il coraggio di ribaltare la prospettiva: saper ricevere non è un segno di debolezza, ma un atto di generosità.
Generosità non è solo dare; è anche avere l’umiltà di lasciare che gli altri diano a noi. Quando ci offriamo per aiutare qualcuno, lo facciamo perché vogliamo sentirci utili, perché quel gesto ci fa stare bene e ci fa sentire connessi. Se noi neghiamo questo spazio agli altri, se alziamo il muro del “faccio da solo”, stiamo togliendo loro la possibilità di fare lo stesso. Li stiamo privando del piacere di esserci, di sentirsi parte della nostra vita.
Chi ci vuole bene non vuole vedere che stiamo bene, vuole anche poterci stare vicino quando stiamo male. E quando lo teniamo fuori, quando diciamo “sto bene”, “faccio da solo”, quando rifiutiamo la mano tesa con un sorriso educato, non lo stiamo proteggendo: lo stiamo escludendo.
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Ricevere, allora, non è un debito. È un atto di fiducia. Richiede di ammettere un limite, di rinunciare al controllo, di accettare che non siamo autosufficienti e che il legame tra le persone si costruisce anche – e forse soprattutto – nella condivisione dei bisogni.
I friulani lo hanno imparato nel modo più brutale possibile, travolti da una generosità che non sapevano come ricambiare e che li ha costretti a scoprire una nuova forma di dignità. Noi, fortunatamente, possiamo impararlo anche senza un terremoto. Possiamo iniziare a capire che abbassare la guardia non ci rende meno integri, ci rende solo più umani. E che a volte, il regalo più grande che possiamo fare a chi ci sta vicino è proprio questo: dire “grazie, ne ho bisogno”.
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💛E tu, come te la cavi con la capacità di chiedere e accettare l’aiuto degli altri?
C’è qualcuno nella tua vita a cui fai fatica a chiedere aiuto? O c’è un aiuto che hai rifiutato (per pudore, per orgoglio, per non voler pesare) e di cui ti sei pentito? O magari c’è una mano che hai teso tu, e che l’altro ha faticato ad accettare?
Scrivimi. Sono curiosa di sapere da che parte stai, o da che parte vorresti imparare a stare. 📧
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Vincent Van Gogh, Il buon samaritano (1890)
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Parole Contromano
Soglia
Definizione: Punto di passaggio tra due luoghi, fasi o stati d’animo.
Etimologia: Dal latino solium, soglia di pietra posta all’ingresso.
Riflessione: Ogni soglia è un invito. Puoi restare o attraversare. Ma una volta vista, non puoi più far finta di niente.
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Gli incontri con Libroza
Il 6 maggio è stato celebrato il tutto il Friuli il 50° anniversario del Terremoto del 1976.
✨Sono quindi contenta di avere tre occasioni per parlare di Polvere, il mio ultimo romanzo storico, che è ambientato proprio durante quel tragico evento del 1976.
Venerdì 15 maggio h. 21.00 - Teatro Parrocchiale SS. Ilario e Taziano, Torre di Pordenone
Martedì 19 maggio h. 18.00 - Biblioteca Civica, Maniago (PN)
Giovedì 21 maggio h. 18.00 - Sala del Consiglio, Municipio di Pordenone
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Se abiti in provincia di Pordenone o se passi da queste parti, vieni a trovarmi! Così ci conosciamo di persona.
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Lo scaffale di Libroza
💥 NUOVA USCITA 💥
Venerdì 5 giugno esce Uscita di sicurezza, quinto episodio delle Indagini di Agata Cornero.
📚 In questo nuovo episodio, una morte improvvisa interrompe un matrimonio nella prestigiosa cornice del Castello Brandolini. A terra c’è un uomo senza vita, odiato da molti. Accanto a lui un altro uomo, sporco di sangue e con un coltello in mano. Il caso sembra già risolto, ma Agata sa che le apparenze ingannano e che la verità spesso si nasconde proprio là dove nessuno guarda.
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🎧NUOVE USCITE AUDIOLIBRI🎧
Il falò delle verità, terza indagine di Agata Cornero
e La donna in rosso, quarta indagine di Agata Cornero
Entrambi letti da Renata Bertolas.
Li trovi su Audible, Storytel, IlNarratore e tutte le piattaforme di Audiolibri.
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🎁 OFFERTE del MESE 🎁
Per tutto il mese di maggio:
Polvere - Atto Primo è scontato a 1,50€ su Amazon
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Mi raccomando: se leggi qualcuno dei miei libri, fammi sapere cosa ne pensi.
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A presto,
Carmen



Grazie, come sempre hai fato centro e anche stavolta hai toccato delle corde profonde che mi hanno commosso: sto scrivendo con le lacrime agli occhi. Io sono una di quelle che non vuole chiedere aiuto, non lo ha fatto durante gli anni di lavoro, il che mi ha provocato incomprensioni e avversioni da parte dei colleghi, e tendo a non farlo nemmeno ora. Ma l'età che avanza e la solitudine che resta a chi si comporta così ti insegnano ad essere un po' più umili, a riconoscere che da soli non si va da nessuna parte. Penso che tra le due componenti che spiegano questo atteggiamento prevalga nella stragrande maggioranza dei casi la presunzione di essere autonomi...o almeno lo è stato per me. Grazie e un abbraccio affettuoso.
Ti racconto un fatto sul non volere aiuto e pensare di fare tutto da soli. Quando mia mamma si ammalò e fu portata in ospedale, mia sorella per giorni e notti non si volle staccare da lei, dopo giorni, un’infermiera mi chiamò per andare a prendere mia sorella che altrimenti avrebbero dovuto ricoverare pure lei. Così per tanto tempo, io dovetti sobbarcarmi il doppio turno, un po’ in ospedale e un po’ a casa di mia sorella, che oltretutto aveva il marito con lalzaimer. Morale della favola, bisogna avere la dignità di chiedere aiuto, a volte proprio per non aggravare la situazione. 🐞Finalmente a giugno arriva Agata e company. In attesa,buona giornata 🍀